Come si valuta un’azienda in crisi per effetto di infiltrazioni dell’economia illegale e quali strumenti di diagnosi occorre utilizzare per verificare i margini di risanamento.
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Pasquale Russiello
La valutazione di un’azienda in crisi per effetto di azioni deliberate, portate avanti da operatori attivi nell’economia illegale e l’analisi delle possibili forme di risanamento, richiede l’adozione di metodologie non convenzionali.
Le società che per motivi di difficoltà di accesso al credito o altre circostanze emergenti, finiscono nel radar della criminalità, subiscono un life changing di difficile lettura. Identificare fino a che punto il contatto con operatori illegali diviene irreversibile ovvero quando quando è possibile riprendere un percorso ordinario scevro da condizionamenti esterni è un esercizio complesso che richiede una elevata capacità di diagnosi.
Due contributi aiutano a inquadrare il fenomeno, l’uno sul piano strutturale, l’altro su quello causale.
Nel dicembre 2020 l’Eurispes ha presentato, nell’ambito del Protocollo d’intesa con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, l’Indice di Permeabilità dei Territori alla Criminalità Organizzata (IPCO). Si tratta di un numero indice originale che, combinando 163 indicatori elementari in 19 indicatori compositi, misura la vulnerabilità e l’appetibilità delle province italiane all’infiltrazione criminale, consentendone una comparazione su base omogenea. Due risultati meritano attenzione: la sostanziale inesistenza di aree indenni, pur in presenza di una marcata polarizzazione geografica del rischio tra Nord e Sud, e la correlazione positiva tra la permeabilità dei territori e il manifestarsi di crisi economico-finanziarie, nazionali e internazionali.
Proprio su quest’ultimo nesso — tra deterioramento delle condizioni economiche e penetrazione criminale — interviene la Banca d’Italia con il working paper di Marco Castelluccio e Lucia Rizzica, Mafia infiltrations in times of crisis: evidence from the Covid-19 shock (Temi di discussione n. 1502, ottobre 2025). Gli autori hanno analizzato il rischio di infiltrazione mafiosa nelle imprese che operano nell’economia legale, considerando il calo sistematico dei ricavi provocato dal Covid-19 come fattore di squilibro endogeno.
La nozione di “crisi antropica”
Il tema dell’impatto delle attività illegali può essere letto dal punto di vista degli effetti sul valore della società e sulla sua continuità aziendale: si tratta di azioni capaci di generare crisi dagli esiti imprevedibili. Crisi che, traendo origine dalla precisa volontà di singoli individui di interferire, con pratiche illegali, sulle dinamiche d’impresa, abbiamo definito “antropiche”.
Per crisi antropica si intende dunque l’ampia gamma di effetti prodotti da attività quali, a titolo esemplificativo:
- richieste di tangenti;
- operazioni commerciali antieconomiche poste in essere sotto costrizione;
- finanziamenti contratti a tassi sproporzionati rispetto all’effettiva probabilità di default.
Eventi che provocano, a prescindere dalla loro entità, shock gestionali indotti, aggravati dalla perdita di concentrazione del management e della governance, costretti a occuparsi di questioni estranee alla normale attività d’impresa.
Se è evidente che un’azienda finita nel mirino di un’organizzazione criminale inizia un viaggio negli inferi del quale si conosce l’ingresso ma non l’uscita (ammesso che ve ne sia una), assai più complesso è determinare in termini quantitativi l’impatto delle azioni criminose subite sulla continuità e sul valore aziendale.
Dall’esame di casi empirici emerge che le imprese patrimonialmente solide, dotate di un avviamento commerciale capace di generare una buona redditività sul fatturato, possono in qualche misura sostenere costi, ancorché occulti, purché contenuti in percentuali non rilevanti.
Di converso, le società che presentano squilibri finanziari preesistenti all’innesco della crisi antropica, e un margine operativo lordo insufficiente ad autofinanziare esborsi diversi dalle spese correnti non discrezionali o a reggere tassi passivi superiori a quelli di mercato — propri dei prestiti usurari — possono perdere la continuità e azzerare il proprio valore anche in tempi molto brevi.
I limiti alla quantificazione del danno
Le valutazioni sulla sostenibilità economica di costi per fattori “non” produttivi, di vendite a condizioni antieconomiche o della copertura degli interessi su finanziamenti usurari non possono tuttavia tradursi in stime certificabili, per tre ordini di ragioni.
- Le metriche per valutare il danno arrecato all’impresa e alla proprietà da azioni delittuose preordinate si fondano su valori contabili raramente aggiornati al momento dell’insorgere degli eventi e, per la natura stessa di tali azioni, non in grado di recepirne l’impatto: ne deriverebbe una fotografia as is necessariamente inesatta. Ogni scrittura di assestamento volta a recepire l’effetto delle azioni su una situazione economico-finanziaria a una data determinata risulterebbe del pari aleatoria e inefficace.
- Le uscite di cassa “forzate” sono assimilabili a dividendi corrisposti — a prescindere dall’effettiva volontà e possibilità di distribuzione — a titolari di diritti speciali che percepiscono proventi senza esserne legittimati. Un’impresa investita da una crisi antropica subisce squilibri tali da vanificare ogni sforzo di normalizzazione. E anche laddove fosse possibile ricostruire contabilmente l’incidenza dei danni a una certa data, resterebbe impossibile stimare gli effetti sulla continuità aziendale derivanti dalla presenza di soci occulti che beneficiano di proventi scollegati dalle performance dell’impresa.
- Lo stress che una crisi antropica genera su governance, management e dipendenti comporta una perdita di efficienza e di quota di mercato, con il correlato rafforzamento dei concorrenti e la perdita di competitività. Effetti tanto più distruttivi quanto minore è la dimensione manageriale e organizzativa della società, e tali da provocare una perdita insanabile di valore aziendale.
Conclusioni: l’inversione dell’onere della prova
Il valore delle imprese colpite da una crisi antropica deve ritenersi integralmente eroso; il danno, salvo prova contraria, va attribuito a coloro che deliberatamente la innescano, ricavandone proventi illegittimi e incidendo sulla redditività aziendale, sulla regolarità dei flussi di cassa, sull’equilibrio gestionale e organizzativo, sino a comprometterne la capacità competitiva e, in ultima analisi, la continuità aziendale.
Si ritiene, dunque, che l’onere della prova debba essere ribaltato. Provare la sostenibilità dei prelievi di cassa e l’entità dei danni, effettivi e potenziali, arrecati dalle crisi antropiche dovrebbe gravare su chi le innesca, e non sulle imprese e sugli imprenditori che ne subiscono gli effetti e si trovano a gestire crisi la cui diagnosi afferisce al novero di azioni poste in essere fuori dal perimetro della legalità.
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Video della “Conferenza stampa di presentazione della Fondazione Wide contro il racket e l’usura” tenutasi a Roma giovedì 5 ottobre 2017 alle ore 14:30. Con Michela Rostan (deputata, componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul degrado delle periferie, Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista (gruppo parlamentare Camera), Luigi Leonardi (Fondazione Wide), Pasquale Russiello (dottore commercialista), Gianluca Golia (imprenditore, promotore di Fresca 24 di Aversa).
Riferimenti
Art. 629 c.p. – Estorsione. «Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000.»
Fonti e riferimenti
Fonti principali:
- Eurispes, Indice di Permeabilità dei Territori alla Criminalità Organizzata (IPCO), comunicato del 15 dicembre 2020 (ricerca realizzata nell’ambito del Protocollo d’intesa con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo).
- M. Castelluccio, L. Rizzica, Mafia infiltrations in times of crisis: evidence from the Covid-19 shock, Banca d’Italia, Temi di discussione (Working Papers) n. 1502, ottobre 2025 (DOI: 10.32057/0.TD.2025.1502).
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In copertina | The Effect of Climate Change on Labor Productivity
(C) Environmental & Climate Change Art – Environmental Graphiti
This graph tracks various metrics on productivity of labor under the stress of increased heat and humidity. Indicated are negative impacts on : psychological performance (reaction time, memory tasks, etc. ); ability to safely perform heavy labour;The Effect of Climate Change on Labor Productivity
Effects of climate change on combined labour productivity and supply: an empirical, multi-model study . Shouro Dasgupta, PhD, Nicole van Maanen, MSc, Prof Simon N Gosling, PhD, Franziska Piontek, PhD, Christian Otto, PhD, Carl-Friedrich Schleussner, PhD
The Lancet Planetary Health | Volume 5 Issue 7 Pages e455-e465 (July 2021)
DOI: 10.1016/S2542-5196(21)00170-4
*The art is derived from Figure A.
